Piergiorgio Gawronski

il coraggio di cambiare

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Un mondo senza armi nucleari: speranza o utopia?

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

Lettera al Corriere

GawroVignetta

Un mondo con 40 Paesi nucleari non è gestibile. Eppure, questa è la prospettiva dei prossimi vent’anni. Dal Medio Oriente all’Asia, è in atto una corsa al riarmo nucleare senza precedenti; a valle, prospera un vivace mercato nero, dove pescano le organizzazioni terroristiche. Ma la catastrofe nucleare non è inevitabile: i nostri nonni la impedirono con il Tnp (trattato per la non proliferazione nucleare, in virtù del quale le potenze nucleari accettarono di azzerare i loro arsenali «nel lungo termine», e le altre nazioni ad acquisire armi atomiche. Il problema oggi è l’assenza di leadership. La politica segue gli umori dell’opinione pubblica, invece di guidarli. Ci vorrebbe una grande iniziativa globale, di stampo kennediano, per rilanciare l’opzione zero. Lo so che non è facile: ma in passato, più di un presidente Usa la appoggiò. I Paesi medi e non nucleari, come l’Italia, mi sembrano legittimati a riaprire il dialogo con le potenze nucleari. Non crede che questa sia una missione, per il Partito democratico?
Pier Giorgio Gawronski
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Caro Gawronski, le sue preoccupazioni sono in buona parte quelle che ispirarono la politica del governo italiano negli anni che precedettero la firma del Tnp. Gli archivi del Dipartimento di Stato conservano un telegramma dell’ambasciatore americano a Roma, G. Frederick Reinhardt, sulla conversazione che Giuseppe Saragat (allora presidente della Repubblica) ebbe nell’aprile del 1967 con il vicepresidente degli Stati Uniti Hubert Humphrey. Saragat introdusse l’argomento ricordando che l’Italia poteva rinunciare a una parte della propria sovranità soltanto nell’ambito di accordi che obbligassero i suoi partner allo stesso sacrificio.

Eravamo in grado di costruire una bomba atomica nel giro di quattro anni, ma non avevamo ambizioni nucleari militari. Volevamo tuttavia essere certi che la rinuncia all’arma nucleare non avrebbe pregiudicato i nostri programmi nucleari civili e comportato rischi per la sicurezza italiana, soprattutto nel Mediterraneo. Dal canto suo Amintore Fanfani (allora ministro degli Esteri del governo Moro) aveva già detto a Humphrey che il trattato di non proliferazione sarebbe stato accettabile soltanto se associato a un processo di generale disarmo. Humphrey dette qualche assicurazione. Disse che la sicurezza dell’Italia era garantita dagli Stati Uniti e dalla Nato. Promise che l’esigenza del disarmo sarebbe stata tenuta presente.

E infine, con riferimento alle preoccupazioni mediterranee dell’Italia, espresse la convinzione che Israele non avrebbe avuto armi nucleari. Dopo molte incertezze e un pubblico dibattito, animato da alcuni fra i migliori diplomatici italiani di quegli anni (tra gli altri Roberto Gaja e Roberto Ducci), l’Italia aderì al Trattato nel 1975. Non mi sembra che delle preoccupazioni italiane si sia tenuto gran conto. Alle cinque potenze nucleari dell’anno in cui Saragat incontrò Humphrey se ne sono aggiunte almeno tre, se non addirittura quattro: Israele, India, Pakistan, forse Corea del Nord.

Né gli Stati Uniti né gli altri «beati possidentes» hanno la benché minima intenzione di rinunciare, in nome del disarmo, al perfezionamento e all’accrescimento del loro arsenale. La tecnologia necessaria per la costruzione di un ordigno diventa sempre più facile da acquisire e padroneggiare. Gli esperimenti necessari per la verifica degli ordigni possono essere simulati in laboratorio. E la politica unilaterale degli Stati Uniti non può che aumentare le ambizioni nucleari di coloro che hanno con Washington rapporti difficili. Se l’America aggredisce l’Iraq perché non ha ancora un arsenale nucleare, ma si astiene dal colpire la Corea del Nord, altri faranno tesoro della lezione e si comporteranno di conseguenza. Il disarmo nucleare a cui lei aspira, caro Gawronski, mi sembra quindi soltanto una generosa utopia. Un po’ meno utopica, anche se estremamente difficile, potrebbe essere invece una politica estera impegnata a trasformare la «force de frappe » francese in un’arma al servizio dell’Europa. Ma per il momento non vedo alcun partito italiano, di destra o di sinistra, che sia disposto a prendere una tale iniziativa.

Sergio Romano

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Disarmo nucleare

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

DISARMO NUCLEARE

Il Partito democratico dovrebbe mettere il disarmo nucleare generalizzato al centro della sua strategia internazionale. In vista della Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare in programma nel 2010, il PD dovrebbe promuovere da subito, come primo atto dopo la sua nascita, una forte mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, per rovesciare l’attuale tendenza al riarmo nucleare e all’abbandono del Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

[Lettera al Corriere e risposta di Sergio Romano]
Proliferazione nucleare: la catastrofe  annunciata del XXI secolo
Un mondo con quaranta paesi nucleari non è gestibile. La “mutua deterrenza”  – che impedì il conflitto Usa-URSS –  non può contrastare l’irrazionalità, il nichilismo, e i novelli Hitler del XXI secolo; ed il terrorismo nucleare diventa impossibile da controllare. Questa è la prospettiva dei prossimi vent’anni.
E’ in atto in Medio Oriente e in Asia una corsa al riarmo nucleare senza precedenti, cui i paesi più moderati (Giappone, Taiwan, Brasile) rispondono organizzandosi sul piano scientifico, tecnologico, e fisico, per essere in grado di produrre una “atomica” in meno di un anno, se necessario. I vettori non sono un problema: dai missili sempre più a lungo raggio, alla classica “valigetta” del terrorista atomico prefigurata da J. Robert Oppenheimer.
Non è sempre stato così. Durante la “guerra fredda”, il Trattato di Non Proliferazione (TNPN) riuscì quasi miracolosamente a bloccare la corsa agli ordigni atomici. Vi riuscì grazie a un accordo di ampia prospettiva fra le cinque potenze nucleari  – che si impegnarono ad azzerare i loro arsenali “nel lungo termine” –  e le nazioni prive di armi atomiche, che rinunciarono ad acquisirle. Fu, quello, uno dei frutti più alti del multilateralismo, sviluppatosi nel dopoguerra grazie alla leadership illuminata dei presidenti democratici americani. Essi compresero che la pace ha bisogno non solo di “società aperte” ma anche di una architettura istituzionale internazionale. L’inazione delle cinque grandi potenze dopo la fine della guerra fredda, tuttavia, ha creato le condizioni per un collasso del TNPN: il clima attuale è quello del “rompete le righe”.
George W. Bush non è privo di responsabilità. Il Presidente americano ha prima minacciato i tre stati “canaglia” (Corea del Nord, Iran, Iraq), poi ha attaccato il più debole, l’unico privo di un programma nucleare. Così facendo, ha spinto gli altri due a dotarsi in fretta della deterrenza atomica. La conseguente rottura degli equilibri strategici regionali ha fatto il resto, generando un micidiale “effetto domino”.
La proliferazione sta inoltre tracimando dal settore pubblico alle ONG (Al Qaeda, ecc.), grazie a un vivace mercato nero alimentato dagli stati più (Corea del Nord) o meno (Pakistan) “canaglia”, e da tecnici nucleari di varia provenienza (Russia, ecc.) in cerca di rapidi guadagni. (Giuseppe Galasso sul Corriere del 17 agosto). Al punto che molti esperti considerano “probabile” un attentato nucleare in una grande città occidentale nei prossimi anni.
La catastrofe nucleare non è inevitabile. Ciò che ostacola una soluzione sono soprattutto l’ignoranza, la rassegnazione, le illusioni del genere “USA, poliziotto del mondo”; e l’assenza di leadership, di coraggio politico. Mentre alcuni nostri leaders richiamano la nostra attenzione sul passato, su Auschwitz, suscitando commozione e consenso, quella stessa tragedia, nella versione nucleare  – che Hitler mancò per poco –   si va preparando sotto ai nostri occhi.
Eppure una via di uscita c’è. Solo un ritorno alla prospettiva del disarmo generale, da parte delle cinque potenze nucleari “legali”, può invertire l’attuale tendenza, e fornire gli strumenti etici, giuridici, e politici per rilanciare il dialogo multilaterale. L’occasione  – da non perdere –  è la Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare in programma nel 2010. Ma i lavori del Comitato Preparatorio si trascinano senza costrutto. I diplomatici, da soli, non possono fare nulla. Ma la politica, oggi, non “guida”; insegue: i sondaggi, le mode. E come insegna Tolkien, chi ha l’anello del potere non riesce a privarsene senza una “spinta” esterna.
Occorre perciò coinvolgere l’opinione pubblica, e lanciare una iniziativa globale, di stampo kennediano, alimentata da una forte spinta ideale. Un nuovo TNPN è l’unica via di uscita. Si tratta soli di stabilire quale prezzo pagheremo, prima di ritrovare la saggezza di nostri nonni.
L’Italia, paese di media potenza, moderato e non nucleare, è particolarmente legittimata (assieme a Canada, Svezia, Sud-Africa, ed altri)  a chiedere conto alle altre nazioni delle situazioni pericolose che vanno emergendo per la sicurezza globale. In quanto paese alleato, può chiedere agli USA di riaprire la prospettiva del disarmo totale. Già in ottobre, al Nuclear Suppliers Group, l’Italia potrebbe segnalare il suo nuovo impegno sul disarmo votando assieme al Belgio contro l’accordo di cooperazione nucleare USA-India (che viola il TNP) con l’effetto di riportare la discussione nell’ambito del negoziato multilaterale.
Il Partito Democratico dovrebbe assumere l’iniziativa su questo tema. E non lasciare sola l’estrema sinistra: anche perché gli accenti di anti-americanismo, anti-capitalismo, unilateralismo, che vi prevalgono, impediscono il formarsi di un movimento di opinione pubblica più vasto a favore del disarmo nucleare. Questa è una grande missione, per un grande partito di centro-sinistra.

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