Piergiorgio Gawronski

il coraggio di cambiare

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Immigrazione

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE

Il Partito democratico dovrebbe considerare prioritaria la questione degli immigrati, sostenendo politiche per il pieno inserimento degli immigrati residenti nelle comunità, nei posti di lavoro, e nelle leggi del nostro paese. Le politiche dell’integrazione dovrebbero fare premio rispetto a quelle basate su un malinteso rispetto di tutte le differenze culturali  – prevalsa in altri paesi con il risultato d creare “ghetti” poco soddisfacenti per tutti.
Il P.D. dovrebbe seguire una linea di rigore nei confronti di:
·   ogni forma di criminalità da parte dei residenti stranieri,
·   ogni forma di sfruttamento o incuria dei minori
·   ogni forma di discriminazione di genere
·   considerando una normative più rigorose sul rimpatrio in caso di reati accertati di una certa consistenza.
·   Dovrebbe inoltre sviluppare rapporti stretti con i paesi di origine e di transito dei flussi migratori, in coerenza con la politica di prevenzione dei flussi illegali varata dal Governo Prodi nel 1998.
·   Dovrebbe considerare l’istituzione e/o il rafforzamento di sezioni dei corpi di polizia specializzate sui diversi segmenti dell’immigrazione, capaci di far sentire la presenza dello Stato con indagini e monitoraggi continui, e la capacità di reagire anche solo alle apologie di reato e alle incitazioni alla violenza.
·   Ai fini della concessione della cittadinanza, il PD dovrebbe sostenere la richiesta di un minimo di conoscenza della lingua italiana e (del Titolo I) della Costituzione, senza creare burocrazie e senza consentire che questi requisiti si trasformino in pretesti per rendere la vita difficile ai nostri futuri concittadini.
·   Il P.D. dovrebbe inoltre sviluppare una attenzione particolare – istituzionalizzata al proprio interno –  ai nuovi elementi di frizione che mergono costantemente fra immigranti e italiani: ad esempio, investendo nel sostegno dei bambini stranieri nelle scuole onde evitare una caduta del livello generale dell’insegnamento; ad esempio, affrontando le questioni relative all’assegnazione delle case popolari.
Dall’altro lato, il P.D. dovrebbe sostenere, nell’ambito di un appropriato controllo dei flussi, una adeguata politica di spesa per l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, a cominciare dalle ambasciate e dai consolati italiani all’estero, dai pattugliamenti anche a fini umanitari dei mari oggetto delle traversate dei “boat people”, fino ai servizi di integrazione (casa, lavoro), nei limiti consentiti dalle disponibilità e dalle necessità dei cittadini italiani. Il P.D. dovrebbe esprimere concretamente e in ogni circostanza la propria intolleranza di fronte ad ogni manifestazione di razzismo o di discriminazione.
In particolare, il P.D: dovrebbe favorire :
1)  la revisione della legge sulla cittadinanza
a)  la revisione dei principi dello ius sanguinis rispetto allo ius soli
b)  la eliminazione dei criteri soggettivi nell´ottenimento della cittadinanza
c)  una normativa per la facilitazione dei ricongiungimenti familiari, nell’ambito delle quote annuali previste

2)  la possibilità di unione dei contributi pensionistici a fondi pensionistici di altri paesi. Dando la possibilità al lavoratore straniero che desideri lasciare definitivamente l´Italia di trasferire parte dei propri contributi ad un fondo pensione del paese d´origine, si favorirebbe anche l’emersione di molto lavoro nero

3)   Il potenziamento dei programmi di aiuti nei paesi originanti flussi di emigrazione verso l´Italia

4)  potenziamento dei programmi di diffusione della cultura italiana all´estero, dando priorità ai paesi di forte emigrazione verso l’Italia, valorizzando i ponti naturali costituiti dalle famiglie degli immigranti per esportare i valori positivi e la cultura che l´Italia è in grado di esprimere, favorendo i tentativi dell’Italia di presentarsi come sistema-paese.

5)  un atteggiamento di rispetto delle forze dell’ordine nei confronti degli immigrati

6)  una rappresentanza delle associazioni dei figli di immigrati e degli immigrati di lunga data nel P.D.

Nelle sedi internazionali, il P.D. dovrebbe sostenere una politica Europea comune sull’immigrazione, una riforma delle regole della globalizzazione al fine di favorire l’inserimento economico e lo sviluppo dei paesi poveri, e un rafforzamento delle organizzazioni umanitarie delle nazioni unite dedite alla prevenzione dei conflitti, al peace-keeping, al soccorso e al reinserimento dei rifugiati.

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Instabilità finanziaria internazionale

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

Premessa

I mercati finanziari sono intrinsecamente volatili: le quotazioni riflettono le aspettative di rendimento e il rischio degli operatori, che sono incerte e fluttuanti. L’instabilità, però, è un’altra cosa: si verifica quando i prezzi hanno variazioni eccessive a causa di ondate panico o euforia, non giustificate dalle informazioni disponibili.

I
costi sociali dell’instabilità finanziaria possono essere molto alti: costi per il bilancio pubblico quando si interviene per salvare istituzioni finanziarie in crisi; costi economici e sociali delle catene di fallimenti; recessioni; crisi politiche. E’ dunque di interesse pubblico combattere le crisi finanziarie internazionali.

D’altra parte, l’assenza di un governo mondiale e le difficoltà del coordinamento internazionale hanno impedito, dal 1945 ad oggi,  lo sviluppo di una adeguata architettura finanziaria internazionale.

Linea politica del Partito Democratico

Il Partito Democratico dovrebbe sviluppare una proposta chiara, coerente, e di alto livello, per prevenire e – quando necessario –  gestire a livello internazionale le crisi finanziarie.

Sul piano della prevenzione, oltre al coordinamento internazionale delle politiche finanziarie microeconomiche (migliori informazioni finanziarie e loro diffusione; migliore regolamentazione dei mercati; migliore supervisione degli operatori finanziari; migliori regole contabili; forte coordinamento europeo per evitare la concorrenza al ribasso fra le regolamentazioni nazionali; ecc.) e macroeconomiche  ( politiche macroeconomiche del G8 orientate anche alla stabilità), il Partito Democratico italiano dovrebbe chiedere una regolamentazione e una supervisione pubblica di quelle Agenzie di Rating che fanno errori gravi (per gli effetti sistemici che hanno, e per i conflitti di interesse che stanno dietro a molti dei loro fallimenti).

Sul piano della gestione delle crisi, il Partito Democratico dovrebbe sostenere le proposte di ripartizione dei costi delle crisi internazionali fra debitori e creditori (trovando un equilibrio fra i problemi di azzardo morale e i problemi di selezione avversa).

Infine, il Partito Democratico dovrebbe sostenere la costituzione di un gruppo di esperti presso il Ministero dell’economia, che contribuisca alla governance globale delle crisi finanziarie con proposte di riforma dell’architettura finanziaria internazionale (oggi caratterizzata da diverse istituzioni le cui competenze si accavallano disordinatamente: F.M.I, B.M., B.I.S., Comitato di Basilea, G8, IOSCO, IASC, ecc.).

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Politiche

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

Ci si riferisce qui alle regole della globalizzazione relative alle politiche commerciali, ai flussi di investimento esteri, ai trasferimenti di tecnologia, ai brevetti, alle migrazioni temporanee; agli investimenti in ricerca e sviluppo sui vaccini contro le malattie tropicali, e per l’efficienza dell’agricoltura tropicale; alla condivisione internazionale dei costi della difesa ambientale nei paesi poveri; alle modalità di gestione internazionale delle crisi finanziarie globali. Ci si riferisce inoltre alle politiche nazionali in materia culturale, di immigrazione, ecc..

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Povertà globale

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

DALLA COOPERAZIONE ALLA AGENZIA PER LO SVILUPPO

Situazione

Povertà nel mondo: 1,2 miliardi vivono con meno di 1,1$/g.
Nutrizione: 800 milioni soffrono la fame.

C’è una Strategia concordata a livello globale contro la povertà: i “Millennium Goals” : l’Italia cosa sta facendo?

1) Aiuti allo sviluppo insufficienti (0,2% del PIL)

2) L’Efficienza degli aiuti della nostra Cooperazione allo sviluppo è medio-bassa.

3) L’assetto istituzionale e la qualità del personale, della Cooperazione italiana è inadeguato.
4) La Cooperazione non è in grado di influenzare la “coerenza” delle politiche generali italiane.

5) La Cooperazione non è in grado di mobilitare altre risorse (private) materiali e morali per lo sviluppo, essendo troppo burocratizzata. L’assenza di trasparenza e di controllo democratico rende la D.G.Cooperazione soggetta ai rischi di corruzione / conflitti di interesse.
6) La Cooperazione non è in grado di passare dal singolo “progetto” a strategie di sviluppo.

Proposte

Proposta 1: aumentare gli aiuti fino allo 0,7% del PIL (in parte in funzione della riduzione del debito pubblico, e inserendo stabilizzatori automatici e autofinanziamento). Piano fiscale del Ministro delle Finanze che indichi come viene ripartito l’onere (addizionale fissa per ciascuna persona fisica, per fasce di reddito, 8 per1000, ecc.).

Proposta 2: sostituire la Cooperazione allo sviluppo con una “ Agenzia (o Authority, Fondazione, ecc.) per lo Sviluppo” fortemente autonoma dalla politica e competente nel management, nel cui C.d.A./organo direttivo siedano le istituzioni del governo centrale (in posizione di maggioranza relativa, in primis il M.A.E.), ma anche una serie di soggetti interessati/esperti (Enti locali, Cattedre Universitarie di Economia dello Sviluppo, ONG, ConfIndustria, DAC-Ocse). “Mission” dell’Agenzia:  (a) passare dai progetti alle strategie di sviluppo;  (b) inserire competenze di alto livello sullo sviluppo; (b) mobilitare le forze interessate allo sviluppo, creare effetto leva, essere punto di coordinamento e stimolo per il latente “movimento per lo sviluppo” in Italia;  (c) partecipare al “negoziato interno” alla P.A. relativamente alle politiche che hanno impatto sui paesi poveri.

Proposta 3: Portare avanti le proposte (1) e (2) tramite un Referendum Consultivo”. Obiettivi:

(a) maggiore rispetto per le tasche degli italiani, maggiore democrazia (scelta loro)
(b) una scelta morale della gente per una maggiore responsabilità  per la rinascita morale dell’Italia
(c) maggiore stabilità della scelta dello 0,7% (non soggetta a cambi di maggioranze ecc.)
(d) max. partecipazione  à coinvolgimento  à controllo democratico sulla futura Coop.
(e) importanza politico-mediatica  à segnala la identità del Governo (spec. alla sinistra)
Nelle sedi internazionali (G8, WTO, ONU, IMF, BANCA MONDIALE, ecc.) il Partito Democratico dovrebbe sostenere incisive riforme delle regole della globalizzazione (commercio, investimenti, trasferimenti di tecnologia, brevetti, ecc.), evitando posizioni demagogiche e declamatorie, ma puntando su contributi reali di alto livello.

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Disarmo nucleare

Posted by piergiorgiogawronski on February 4, 2000

DISARMO NUCLEARE

Il Partito democratico dovrebbe mettere il disarmo nucleare generalizzato al centro della sua strategia internazionale. In vista della Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare in programma nel 2010, il PD dovrebbe promuovere da subito, come primo atto dopo la sua nascita, una forte mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, per rovesciare l’attuale tendenza al riarmo nucleare e all’abbandono del Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

[Lettera al Corriere e risposta di Sergio Romano]
Proliferazione nucleare: la catastrofe  annunciata del XXI secolo
Un mondo con quaranta paesi nucleari non è gestibile. La “mutua deterrenza”  – che impedì il conflitto Usa-URSS –  non può contrastare l’irrazionalità, il nichilismo, e i novelli Hitler del XXI secolo; ed il terrorismo nucleare diventa impossibile da controllare. Questa è la prospettiva dei prossimi vent’anni.
E’ in atto in Medio Oriente e in Asia una corsa al riarmo nucleare senza precedenti, cui i paesi più moderati (Giappone, Taiwan, Brasile) rispondono organizzandosi sul piano scientifico, tecnologico, e fisico, per essere in grado di produrre una “atomica” in meno di un anno, se necessario. I vettori non sono un problema: dai missili sempre più a lungo raggio, alla classica “valigetta” del terrorista atomico prefigurata da J. Robert Oppenheimer.
Non è sempre stato così. Durante la “guerra fredda”, il Trattato di Non Proliferazione (TNPN) riuscì quasi miracolosamente a bloccare la corsa agli ordigni atomici. Vi riuscì grazie a un accordo di ampia prospettiva fra le cinque potenze nucleari  – che si impegnarono ad azzerare i loro arsenali “nel lungo termine” –  e le nazioni prive di armi atomiche, che rinunciarono ad acquisirle. Fu, quello, uno dei frutti più alti del multilateralismo, sviluppatosi nel dopoguerra grazie alla leadership illuminata dei presidenti democratici americani. Essi compresero che la pace ha bisogno non solo di “società aperte” ma anche di una architettura istituzionale internazionale. L’inazione delle cinque grandi potenze dopo la fine della guerra fredda, tuttavia, ha creato le condizioni per un collasso del TNPN: il clima attuale è quello del “rompete le righe”.
George W. Bush non è privo di responsabilità. Il Presidente americano ha prima minacciato i tre stati “canaglia” (Corea del Nord, Iran, Iraq), poi ha attaccato il più debole, l’unico privo di un programma nucleare. Così facendo, ha spinto gli altri due a dotarsi in fretta della deterrenza atomica. La conseguente rottura degli equilibri strategici regionali ha fatto il resto, generando un micidiale “effetto domino”.
La proliferazione sta inoltre tracimando dal settore pubblico alle ONG (Al Qaeda, ecc.), grazie a un vivace mercato nero alimentato dagli stati più (Corea del Nord) o meno (Pakistan) “canaglia”, e da tecnici nucleari di varia provenienza (Russia, ecc.) in cerca di rapidi guadagni. (Giuseppe Galasso sul Corriere del 17 agosto). Al punto che molti esperti considerano “probabile” un attentato nucleare in una grande città occidentale nei prossimi anni.
La catastrofe nucleare non è inevitabile. Ciò che ostacola una soluzione sono soprattutto l’ignoranza, la rassegnazione, le illusioni del genere “USA, poliziotto del mondo”; e l’assenza di leadership, di coraggio politico. Mentre alcuni nostri leaders richiamano la nostra attenzione sul passato, su Auschwitz, suscitando commozione e consenso, quella stessa tragedia, nella versione nucleare  – che Hitler mancò per poco –   si va preparando sotto ai nostri occhi.
Eppure una via di uscita c’è. Solo un ritorno alla prospettiva del disarmo generale, da parte delle cinque potenze nucleari “legali”, può invertire l’attuale tendenza, e fornire gli strumenti etici, giuridici, e politici per rilanciare il dialogo multilaterale. L’occasione  – da non perdere –  è la Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare in programma nel 2010. Ma i lavori del Comitato Preparatorio si trascinano senza costrutto. I diplomatici, da soli, non possono fare nulla. Ma la politica, oggi, non “guida”; insegue: i sondaggi, le mode. E come insegna Tolkien, chi ha l’anello del potere non riesce a privarsene senza una “spinta” esterna.
Occorre perciò coinvolgere l’opinione pubblica, e lanciare una iniziativa globale, di stampo kennediano, alimentata da una forte spinta ideale. Un nuovo TNPN è l’unica via di uscita. Si tratta soli di stabilire quale prezzo pagheremo, prima di ritrovare la saggezza di nostri nonni.
L’Italia, paese di media potenza, moderato e non nucleare, è particolarmente legittimata (assieme a Canada, Svezia, Sud-Africa, ed altri)  a chiedere conto alle altre nazioni delle situazioni pericolose che vanno emergendo per la sicurezza globale. In quanto paese alleato, può chiedere agli USA di riaprire la prospettiva del disarmo totale. Già in ottobre, al Nuclear Suppliers Group, l’Italia potrebbe segnalare il suo nuovo impegno sul disarmo votando assieme al Belgio contro l’accordo di cooperazione nucleare USA-India (che viola il TNP) con l’effetto di riportare la discussione nell’ambito del negoziato multilaterale.
Il Partito Democratico dovrebbe assumere l’iniziativa su questo tema. E non lasciare sola l’estrema sinistra: anche perché gli accenti di anti-americanismo, anti-capitalismo, unilateralismo, che vi prevalgono, impediscono il formarsi di un movimento di opinione pubblica più vasto a favore del disarmo nucleare. Questa è una grande missione, per un grande partito di centro-sinistra.

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